LA VIA D’ACQUA

Antonio Gianfrotta

Quello dell’approvvigionamento idrico è stato, in ogni epoca, un problema di vitale importanza.

Poter disporre di acqua abbondante ha costituito, per qualunque comunità motivo di prosperità e benessere.

Allorquando il re Carlo di Borbone commissionò a Luigi Vanvitelli la costruzione della Reggia di Caserta, immediatamente, si pose il problema di reperire fonti e sorgenti che potessero assicurare al nascente maestoso complesso quella quantità d’acqua che da sempre costituisce un bene prezioso.

Non bisogna, tuttavia, credere che l’acquedotto Carolino sia stato concepito e realizzato esclusivamente per animare le numerose fontane che dovevano servire da indispensabile ornamento alla magnificenza del palazzo che si andava a edificare.

Per irrigare i boschi ed i giardini, per alimentare le peschiere e le fontane, potevano essere sufficienti le sorgenti rinvenute alle pendici dei Monti Tifatini; queste acque, infatti, bastavano anche a soddisfare le necessità legate alla fabbrica del nuovo reai palazzo.

Il re Carlo pensava, invece, di dover migliorare quantitativamente e qualitativamente il rifornimento idrico per Napoli e riteneva, inoltre, di dover assicurare alla nascente città di Caserta ed al nuovo centro di S.Leucio, la necessaria disponibilità di acqua.

La tenacia del Sovrano ed il genio dell’ Architetto realizzarono un’opera colossale che, ancora oggi, desta stupore ed ammirazione.

Vanvitelli stesso così sintetizzò la costruzione dell’acquedotto:”...Può veramente asserirsi che in questa opera l’arte combatta colla natura... e fu questa da quella vinta e superata...”1.

La via d’acqua, insomma, offrì uno dei tanti esempi di come Vanvitelli riuscisse a trovare, di fronte a qualsiasi problema, una duplice soluzione, artistica e funzionale ed a fondere il “bello” con “l’utile”.

La ricerca di sorgenti nuove condusse l’Architetto in zone lontane, al di là dei Monti Tifatini, verso oriente. Visitò le terre di S.Agata dei Goti, quelle di Mortone, i dintorni di Valle e poi, di nuovo S.Agata, poi a S.Martino e quindi a Montesarchio.


Con lunghe e faticose ricognizioni sul vasto territorio, Vanvitelli non era riuscito a trovare traccia di un antico acquedotto romano che conduceva un’acqua chiamata Giulia, dalle falde del Taburno alla colonia di Capua.

Di tale acquedotto esistevano confuse ed incerte notizie fornite da Velleio

 patercolo e Dione Cassio2 .

Dopo attente valutazioni, abbandonata l’idea di far partire l’acquedotto da S.Martino, si pervenne alla determinazione di iniziare il condotto presso Airola dove scorrevano acque abbondantissime e di ottima qualità.

Le sorgenti erano denominate dello Sfizzo o Fizzo ed erano state utilizzate, in passato, per alimentare alcuni mulini.

L'acquedotto Carolino

dalle sorgenti del Fizzo alla Reggia di Caserta

Fin dall’inizio dell’opera, alle difficoltà di ordine tecnico, immediatamente si aggiunsero complicate e laboriose pratiche burocratiche per acquisire la disponibilità delle acque. E’ il caso di ricordare l’acquisto delle sorgenti del Fizzo, di proprietà della Mensa Arcivescovile di Benevento, avvenuto per atto del Notaio Giovanni Ranucci, il 18 marzo 1753. L’Arcivescovo di Benevento Francesco Pacca ricevette, per la cessione, novemila ducati.

Il duca di Airola, don Bartolomeo di Capua, fece omaggio al Sovrano di tutte le acque che attraversavano il suo stato; le fonti erano conosciute col nome di “Molinise”, “Fontana del Duca” e “Matarano”.

La donazione avvenne il 12 aprile 1757 e, come osserva argutamente il Nicolini, il duca, con quel gesto, sperava di guadagnare straordinari favori dal re che fu ben lieto di accettare il dono, facendo intravedere al munifico donatore che tanta generosità non sarebbe restata priva di compenso .

Né Carlo, né Ferdinando, tuttavia, pensarono di mostrare tangibilmente la loro gratitudine al duca di Airola che non potè far altro che invidiare i suoi vicini venditori e non donatori di alcune loro fonti.' Per ultima si acquistò l’acqua del Carmignano, così detta perché il condotto per cui passava era opera di Cesare Carmignano che lo aveva realizzato nel 1627.

Poiché quel condotto era l’unica fonte di approvvigionamento idrico per la città... di Napoli, si levò un coro di proteste da parte dei napoletani. lire, comunque, dette ampie assicurazioni di futuri, rilevanti vantaggi per Napoli e riuscì a placare gli animi.

Vanvitelli, intanto, aveva diviso il lavoro in tre tronchi: il primo, dal Fizzo al monte Ciesco; il secondo, dal Ciesco al monte di Garzano; il terzo, da Garzano alla


Reggia di Caserta. Iniziando i lavori del primo tronco, Vanvitelii dovette affrontare e risolvere i primi problemi: l’attraversamento di una zona paludosa, sulla quale si passò piantando delle palizzate; il passaggio sul fiume Faenza, superato con un ponte a tre archi, lungo circa 73 metri, sulla cui sommità fu scritto “Carolus et Amalia utrisque Siciliae et Hierusalem - A. D. MDCCLIV”. La collina, detta Prato, fu vinta con piccone e scalpello.

Superate queste difficoltà, il condotto passò per un territorio composto da tufo, creta e macigno e negli scavi furono rinvenuti i resti di quell’acquedotto romano tanto a lungo cercato in precedenza senza alcun risultato.

Per completare il primo tratto, mancava solo la foratura del monte Ciesco che fu attraversato nel 1755. Il secondo tratto dell’acquedotto carolino creò enormi difficoltà a Vanvitelli ed alle maestranze impegnate nell’impresa. I lavori, iniziati nel 1753, si protrassero fino al 1762.

Il primo ostacolo da superare fu il monte Croce nel tenimento di S. Agata dei Goti, perforando il quale si lamentò un incidente mortale che rallentò i lavori in quanto gli operai, per due mesi, si rifiutarono di proseguire gli scavi.

Si andò avanti, toccando i monti Castrone, Acquavivola, Sagrestia, Stella Maggiore, Fiero e Fano, per arrivare alla valle di Durazzano ove, per superare il torrente Maiorano, nel 1760, fu costruito un ponte alto metri 18,50, a quattro luci uguali, ciascuna di 6,45 metri.

Si giunse, così, al monte Longano, difficile da perforare a causa della friabilità del terreno. Il timore di frane rallentò il cammino del condotto, rendendosi necessaria anche la costruzione di numerosi contrafforti per sorreggere alcuni punti particolarmente friabili.

Superato l’ostacolo del monte Longano, Vanvitelli si trovò di fronte il monte di Garzano per raggiungere il quale occorreva superare l’ampia e profonda vallata di Maddaloni. Fu deciso, allora di costruire un ponte con triplice ordine di arcate che, in quell’epoca, era il più lungo d’Europa.

Se i ponti della valle sono, certamente, l’elemento più spettacolare dell’intero condotto, altri lavori, meno appariscenti ma di non minore impegno, costrinsero l’Architetto ed i suoi collaboratori ad affrontare e risolvere problemi di eccezionale difficoltà. Vanvitelli dovette, infatti, vincere l’asprezza della roccia e perforare i duri macigni del monte Garzano che fu attraversato dopo tre anni di lavoro, il 23 marzo 1759.

Ci fu gran festa, il 7 maggio 1762, allorquando si provò il tratto del condotto che dal Fizzo giungeva al Garzano. Il re giovanetto, con l’intera corte, giunse all’imboccatura del traforo per assistere all’arrivo dell’acqua che, in quella occasione, per la prima volta veniva immessa nella conduttura. Secondo i calcoli di

Vanvitelli, il tempo necessario affinché l’acqua giungesse dalle sorgenti al Garzano, era di quattro ore. Passato il tempo previsto, Vanvitelli non vedeva defluire quell’acqua tanto attesa e notava sui viso dei presenti espressioni di incredulità e delusione.

Può facilmente immaginarsi lo stato d’animo dell’Architetto ed i momenti di autentico panico da lui vissuti. Dopo qualche minuto, invece, un grido di gioia annunciò il torrente d’acqua che finalmente sbucava dalla montagna, precipitando nella vallata sottostante.

Conclusi anche i lavori del secondo tronco, si iniziò l’ultimo tratto dell’acquedotto che dal Garzano doveva arrivare alla Reggia. Si attraversarono le frazioni di Casolla, Tuoro, Santa Barbara per arrivare a toccare l’altura di Caserta Vecchia dove, nel maggio del 1768, un’altra cerimonia celebrò i progressi compiuti dalla via d’acqua che, finalmente, stava avviandosi a compimento4. La regina Maria Carolina, giovane sposa5, riprovò le stesse emozioni che Ferdinando aveva provato sei anni prima.

Si era arrivati, dunque, al Monte Briano, alle spalle della Reggia, dove si praticò il foro d’uscita dei condotto coronandosi, così, un sogno a lungo vagheggiato da Carlo e diventato realtà grazie all’ineguagliabile maestria del suo Architetto.

Il percorso del canale principale risultò lungo 38 chilometri e la spesa complessiva sostenuta dalia Reale Amministrazione ammontò a poco più di settecentomila ducati. Bisogna rilevare, tuttavia, che l’acquedotto carolino era stato progettato per giungere fino a Napoli e dare alla città acqua potabile più abbondante e di migliore qualità rispetto a quella proveniente dal Carmigano.

Per tale motivo il condotto era stato costruito in muratura ed erano state adottate tutte le possibili misure per evitare ogni inquinamento.

Fin dal 1762 Luigi Vanvitelli, in una delle periodiche relazioni inviate al marchese Tanucci, aveva formulato un’ipotesi per condurre l’acqua verso la capitale dopo averla fatta passare per San Benedetto. Nella relazione si proponeva di prolungare il condotto fino a Napoli, facendolo arrivare sull’altura di Capodichino ed eventualmente, con l’ausilio di qualche macchina idraulica, spingere l’acqua fino a Capodimonte.

Purtroppo la decisione sollecitata dall’Architetto presso Tanucci si fece attendere parecchio e Vanvitelli non potè far altro che rammaricarsi e rimpiangere i tempi in cui, regnando il re Carlo, i rapporti con il Sovrano erano ottimi e improntati a grande stima e fiducia. Finalmente nel 1767 giunse l’autorizzazione a redigere il                                                                                    progetto e Vanvitelli si pose

immediatamente al lavoro                pur rimanendo molto dubbioso circa il felice esito

dell’iniziativa.

li re di Spagna, pur sollecitato ad intervenire, non rispondeva con segnali incoraggianti. Alla fine i dubbi di Vanvitelli si dimostrarono fondati e l’acquedotto carolino venne immesso nei Carmignano per proseguire la sua corsa verso Napoli.

Ritornando all’argomento relativo alle spese sostenute dall’Amministrazione Borbonica per i lavori dell’acquedotto, si deve rilevare che tali spese furono veramente molto contenute. Mettendo a confronto, ad esempio, le somme impiegate per realizzare a suo tempo, l’Acquedotto Claudio6 e quelle impiegate per portare a termine l’Acquedotto Carolino, risulta evidente che quest’ultimo costò enormemente meno. Tanto si legge in un’annotazione non firmata, ma attribuibile a Vanvitelli, nella quale si fanno interessanti considerazioni in proposito7.

L’autore della nota afferma che l’Acquedotto Claudio, lungo 38 miglia romane,

costò 13.875.000 scudi romani, mentre l’acquedotto casertano, lungo 28 miglia romane

costava circa 600.000 ducati di Napoli equivalenti a 450.000 scudi romani8

“…se si fosse speso alle proporzioni dell'Acquedotto Claudìano ” continua il redattore dell’annotazione, “erogati vi sì sarebbero scudi romani 10.041.121, ovvero ducati di Napoli circa 12.551.401...“

“...Quale mai sarà la ragione di così enorme differenza?." si chiede l’anonimo scrittore ed aggiunge che, al presente, le opere venivano eseguite da maestranze libere, non più da schiavi, come nelle epoche passate e, quindi, i costi avrebbero dovuto essere più elevati.

In chiusura del documento sono riportate alcune ipotesi che potrebbero spiegare le cause dell’esiguità dei costi dell’Acquedotto Carolino.

“...0 le arti, rese più perfette, facilitano i travagli; o l'uso, ignoto allora, della polvere incendiaria, abbrevia le fatighe; o gli antichi scrittori cercavano dì sorprendere la credulità de' posteri; o l'oro de' principi passa ora per mani di direttori più fedeli...“

La Reale riserva del Taburno

Sorgive del Flzzo con il sottoposto molino

Molino Nuovo

Nel 1786, a seguito di seri inconvenienti verificatisi nelle vasche del Fizzo, si ritenne necessario provvedere con urgenza alla tutela dell’ambiente circostante, gravemente minacciato da incontrollate manomissioni da parte dei vari proprietari dei terreni a monte delle sorgenti.

Il 14 novembre del 1786, infatti, fu pubblicato un Bando che vietava il taglio dei boschi, delle erbe e dei cespugli in una vasta area del monte Taburno.

La creazione di questa Riserva suscitò vivace malcontento tra gli abitanti dei Casale di Bonea che, in passato, in quella zona raccoglievano legna e pascevano il

bestiame.

Fu riesaminata la questione per ordine del re e fu ridotta l’estensione della riserva apponendo, ai confini di essa, dei termini lapidei. Si volevano, così, tutelare quelle terre nella parte meridionale del Taburno sovrastanti le sorgenti.

Il Real Rescritto del 30 gennaio 1795, nel ridurre l’estensione della zona protetta, confermava tutti i divieti contenuti nel Bando del 1786.

Per quanto riguardava le altre terre, nella parte settentrionale del monte Taburno, si faceva riferimento ad un editto del 1759 che proibiva il taglio dei boschi senza l’osservanza di particolari procedure e senza preventive autorizzazioni. Fra i territori inclusi nella Riserva c’era una zona denominata “porcaprena” estesa per oltre duecento moggia che fu assegnata al Comune di Bucciano. Tale assegnazione provocò a Bucciano un danno rilevante poiché, pur non potendo sfruttare la zona, il Comune aveva comunque l’obbligo di pagare l’imposta fondiaria.

La questione fu risolta nel 1817, allorquando il fondo di “porcaprena” venne intestato alla Reale Amministrazione con la formazione del catasto provvisorio. Come ultima annotazione, bisogna ricordare che la Riserva del Taburno subì, negli anni successivi, un’ulteriore riduzione rispetto all’estensione determinata nel 1795.

Il Mulino del Fizzo fu acquistato dalla Casa Reale, unitamente alle sorgenti, con atto notarile del 17 marzo 1753. Ne era proprietaria la Mensa Arcivescovile di Benevento.

Il fabbricato, composto da un terraneo grande per le macine, da cinque vani piccoli e due stanzini per i servizi, era posto in prossimità di due grandi vasche.

Il mulino, però, era troppo vicino alle vasche e non riceveva una spinta sufficiente a causa della scarsa pressione dell’acqua che doveva mettere in moto le macine.

Con Sovrana Determinazione del 28 luglio 1783 furono stanziati 4844 ducati per realizzare un nuovo fabbricato, più a valle rispetto all’antico edificio, e colà furono trasferite le macine. Il mulino era ugualmente alimentato dalle acque provenienti dalle vasche ma, da queste, l’acqua raggiungeva le tre macine attraverso un canale in muratura da cui si scaricava in altre due vasche sottoposte al mulino.

Il Molino Nuovo, situato tra le sorgenti del Fizzo ed il Comune di Bucciano, fu costruito con decisione del 26 Febbraio 1807 a spese della Giunta degli Allodiali che dirigeva ed amministrava i beni di dominio privato del Re.

Il fabbricato risultava così composto: un ingresso, un terraneo grande con due macine ed un terraneo più piccolo con una macina. C’erano, inoltre, quattro “bassi” adibiti a scuderie.

Le tre macine erano attivate dalie acque del Condotto Carolino attraverso tre canali posti ad est del fabbricato; successivamente, l’acqua defluiva in una vasca sottostante le macine, sul lato occidentale dell’edificio, e poi veniva immessa nuovamente nel Condotto,

A destra della strada che conduceva al Mulino Nuovo era costruito un vano adiacente ad un’ampia àia lastricata. Tali servizi consentivano di bagnare le derrate e conservarle.

I ponti nella Valle di Maddaloni

Molini sul Ponte Canale nella Valle di Maddaloni

Molini di S.Benedetto

Dopo aver superato le insidie del monte Longano, che a causa della friabilità del terreno gli aveva procurato non pochi problemi, Vanvitelli si trovò di fronte una vallata ampia e profonda che divideva il nominato Longano dal monte Garzano. Era assolutamente impossibile continuare i lavori facendo in modo che l’acqua, scendendo dalla prima montagna nel fondo valle, raggiungesse il Garzano con la spinta ricevuta nella discesa. Fu allora deciso di costruire un ponte che, collegando le due alture, conducesse l’acqua sull’altra “sponda”.

Vanvitelli si mise subito al lavoro per progettare il ponte, ottenendo immediatamente l’assenso del re Carlo.

L’Architetto conosceva 1’esistenza di altri ponti, in precedenza, edificati in Francia per risolvere analoghi problemi di conduzione d’acqua; certamente aveva studiato il pont du Gard, di età romana che, attraverso il vallone del torrente Gardon, conduceva l’acqua alla città di Nimes.

Similmente aveva attentamente esaminato il progetto del ponte Maintenon realizzato da Vauban all’epoca di Luigi XIV, per condurre le acque dall’Eure fino a Parigi.

Vanvitelli, tuttavia, non si limitò ad imitare quelle costruzioni già esistenti; le condizioni ambientali, la natura del territorio, le dimensioni dell’opera richiesero soluzioni diverse per cui può facilmente affermarsi che i Ponti della Valle costituiscono un “originale” destinato a testimoniare nei secoli il genio del progettista. Lavori, iniziati nel 1753, terminarono nel novembre del 1759 con la realizzazione di un ponte di 529 metri, all’epoca, il più lungo d’Europa.Condotto Carolino, pertanto, prosegui la sua corsa verso Caserta su di un viadotto formato da un triplice ordine di arcate in numero di diciannove, nella parte inferiore, ventotto, nella parte mediana e quarantatré in quella superiore. I piloni, a pianta rettangolare, nella parte superiore del ponte sono quarantaquattro con un’altezza che varia da poche decine dì centimetri a circa cinquantotto metri. Il latinista Alessio Simmaco Mazzocchi compose le iscrizioni commemorative di quella grande impresa.

Le acque del Condotto Carolino, per immettersi nel ponte canale della Valle di Maddaloni, compiono un salto di circa 19 metri.

Sfruttando questo salto, nel 1795, per volontà di Ferdinando IV fu realizzato un mulino. Successivamente il Sovrano, per utilizzare l'abbondanza di acqua di quei luogo, stabilì che sotto il mulino si costruisse una raffineria di ferro e, nel 1798, pensò anche di impiantare, nello stesso luogo, una “ramiera”.

Il progetto non fu portato interamente a compimento a causa dei noti eventi verificatisi nel Regno nel 1799. Nel 1822, comunque, anche la ferriera fu trasformata in mulino.

Il fabbricato che ospitava il mulino superiore era composto da un piano terra e da un primo piano per uso dei mugnai. Al pianterreno si trovavano quattro macine ubicate in un grande salone; quest’ultimo aveva, sul lato destro, due vani adibiti a taverna e cantina e sul lato sinistro altri due vani adibiti a magazzini. In questo lato del fabbricato si trovavano pure due scuderie.

Anche il mulino inferiore era strutturato su due piani. Al piano terra, tre macine erano collocate in un vano molto ampio alla cui sinistra si trovavano tre magazzini e due scuderie. Si accedeva al piano superiore mediante due scale, una interna e l’altra esterna al fabbricato.

Luigi Vanvitelli, in una nota del 5 aprile del 1770, tra l’altro, scriveva testualmente: “Per proseguire la conduzzione (sic) dell’acqua verso Napoli e, prima, alla cava delle pietre dolci nel Casale di S. Benedetto ove si faranno dei mulini, mi occorrerà parimenti la spesa di circa ducati settemila

Nella zona di S. Benedetto si trovavano, infatti, profonde cave usate per l’estrazione dei tufo necessario alla costruzione della Reggia.

Sfruttando quelle cave che provocavano notevoli salti, si utilizzarono le acque del Condotto Carolino per stabilirvi due ordini di mulini, l’uno sottoposto all’altro.

I predetti mulini, edificati dalla Giunta degli Allodiali, furono dismessi da quella Giunta e passarono alla Reale Amministrazione di Caserta con Rea! Dispaccio del 13 Dicembre 1770.

Sia il primo che il secondo edificio contavano, ciascuno, quattro macine ed erano composti da un piano terra e da un primo piano. Tra i due fabbricati fu realizzato un giardino con una gran peschiera.

 Livellazioni

Fra i tanti problemi tecnici, affrontati e risolti nella costruzione dell’Acquedotto Carolino, uno era di fondamentale importanza ai fini del successo finale dell’impresa.

Da eccezionale ingegnere idraulico, Vanvitelli dovette calcolare i livelli della via d’acqua che, attraversando territori tanto diversi per natura del suolo e per andamento altimetrico, dopo un percorso di 38 chilometri, doveva condurre l’acqua a Caserta.

Gli schizzi di cantiere, esposti nel pannello, mostrano alcuni tratti del condotto e precisamente: la livellazione, datata 13 luglio 1753, che dal palazzo reale arriva a Monte di Coro; la livellazione che dal Monte Briano arriva al piano della Reggia; la livellazione che dal muro del parco arriva fino al Palazzo.

Autore dei disegni è, molto probabilmente, Francesco Collecini, stretto collaboratore di Vanvitelli.

Pur non disponendo di strumenti tecnologicamente avanzati, l’Architetto eseguì i non facili calcoli con assoluta precisione, tanto è vero che prima di dare inizio ai lavori, aveva collocato alcune tavole sul Monte Briano, nel punto dove l’acquedotto sarebbe dovuto arrivare dopo il lungo e tortuoso cammino. A conclusione dell’impresa, il corso d’acqua giunse esattamente nel punto fissato molti anni prima.

La soddisfazione, per tale straordinario successo, fu immensa e Vanvitelli potè dimostrare con i fatti che i suoi calcoli erano assolutamente precisi. Ebbe modo, inoltre, di smentire tanti “sapienti” dell’epoca che avevano previsto il totale fallimento dell’opera.

Tutto il lavoro dell’Architetto, infatti era stato seguito con evidente scetticismo da parte di molti uomini di scienza che avevano teorizzato sull’impossibilità che l’acqua giungesse fino a Caserta.

La quota altimetrica, alle sorgenti, era di 254 metri sul livello del mare mentre, alla cascata, risultò di 203,50.

Si era data al condotto una pendenza media molto lieve, corrispondente a mezzo millimetro per ogni metro di percorso10.


 

  1. Velleio Patercolo, scrittore romano del I secolo d.C. oriundo della Campoania, essendo nato ad Aeclanum in Irpinia. La sua opera maggiore fu Historia Romana o Ad Marcum Vinicium Libri Duo, scritta nel 30. La storia inizia con la guerra di Troia e si conclude con il consolato di Marco Vinicio.Dione Cassio storico greco (150-230 d.C.) nacque a Micea in Ditinia. Fu autore di una grande storia di Roma. L’opera molto voluminosa era composta da ottanta libri. Gfr. Grande Dizionario Enciclopedico fondato da Pietro Fedele. Torino, UTET, 1959, s.v.
  2. Archivio della Reggia di Caserta. Platea dì fondi, beni e rendite che costituiscono l’Amministrazione dei reali siti di Caserta, formata per ordine di S.M. Francesco I Re del Regno delle Due Sicilie, dall''amministratore Cavaliere Sancio. Pag.: 189
  3. Luigi Nicolini, La Reggia di Caserta (1750-1755) Ricerche storiche: Bari, Laterza, 1911 pag.:161.
  4. Archivio della Reggia di Caserta - Lettera di Luigi Vanvitelli al cavalier Neroni, Intendente Generale di Caserta. 18 maggio
  5. II matrimonio fra Ferdinando IV c Maria Carolina era stato celebrato il 7 aprile 1768.
  6. L’Acquedotto fu realizzato al tempo dell’Imperatore Claudio (Lione, 10 a.C. - Roma, 54 d.C.) c fu completato nel 52 d.C. Cfr.: Grande Enciclopedia, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1973. Voi. VI, sv.
  7. Museo Campano Capua. Manoscritto, busta 36, f3.
  8. In realtà il costo dell’Acqucdotto Carolino fu maggiore di 600.000 ducati. Il Nicolini ( op. Cit.) riporta una somma di 705.826 ducati; la medesima cifra c indicata nel “Quadro dimostrativo di tutto ciò che si è speso per la costruzione del Nuovo Real Palazzo e delle Reali delizie dal 1 Settembre 1750 a tutto Agosto 1805.” Documento del 1826 conservato presso la Reggia di Caserta.
  9. Luigi Vanvitelli al Cav. Neroni, Intendente Generale, 5 aprile 1770.A.R.Ce., serie Dispacci e Relazioni, v. 1578, fase. 224/17
  10. Roberto Di Stefano, Luigi Vanvitelli ingegnere e restauratore, in “Luigi Vanvitelli”. Napoli, E.S.I., 1973, pag.: 180