DIARIO DI UNA COSTRUZIONE – DALLE LETTERE DI LUIGI VANVITELLI

(di Gian Marco Jacobitti – Caserta, 19 gennaio 2012)

 

Quando il 10 maggio 1734 Carlo di Borbone entrava trionfalmente in Città, Napoli ritornava ad essere capitale di uno stato indipendente, retto da un Sovrano giovanissimo che però si trovava di fronte ad una situazione urbanistico-sociale altamente degradata dalla politica spagnola che aveva costretto Napoli entro le mura, con il divieto di espansione edilizia per esigenze di difesa e per impedire il flusso dalla campagna e il conseguente sovrappopolamento della capitale.

La prima mossa del nuovo Re fu quella di incrementare in maniera frenetica i programmi edilizi ed urbanistici che man mano venivano studiati dagli Architetti di Corte: l’attività edilizia ha da sempre rappresentato un mezzo di assorbimento di mano d’opera non qualificata, sovrabbondante in quell’epoca a Napoli.

L’idea della costruzione della Reggia di Caserta viene inizialmente vista in funzione di esigenze strategico-militari. Scrive il Clerici: “L’audace disegno di costruire una nuova Città della Corte dei Ministeri e delle alte Istituzioni di cultura e di giustizia, lontana dal mare senza essere discosta da Napoli, da vago desiderio diviene fermo proponimento del Re”.

L’idea originaria era quella di creare una mega-struttura autosufficiente, al servizio di un nuovo nucleo urbano posto al centro di una fertile e industriosa regione.

Nella “Dichiarazione dei Disegni” Vanvitelli illustra i motivi di scelta di questo territorio “felice”, per la realizzazione della città nuova:

Amene e fertili campagne quasi per tutta la deliziosa Italia si incontrano: ma rara, e forse niuna paragonare si può con quella, ch’ebbe per eccellenza il nome di Campania, e per cognome di Felice, perlochè da buona parte degli antichi scrittori, fu tra le pianure tutta dichiarata felicissima.

La posizione più fortunata poiché, difesa dalle montagne contro lo sterile soffio de i rigidi venti, resta nelle altre parti piana, ed aperta per raccogliere de i fecondi il favorevole fiato”.

Tuttavia, da un disegno urbanistico della Città, di cui il Palazzo era solo un elemento, anche se dominante, si passa alla stesura definitiva del progetto che rappresenta la Reggia come elemento isolato, stralciato dal suo progettato intorno. Infatti, dopo il fallimento di “città radiocentrica”, di cui la Reggia doveva essere il logico fulcro, l’abitato di Caserta andò sviluppandosi spontaneamente intorno a quelle preesistenze insediative che già caratterizzavano la vita del territorio.

Ciò ha dato luogo all’attuale estraneità della Reggia alla realtà urbana, risultato evidente non solo a livello morfologico, ma anche dal punto di vista economico-produttivo.

 

Vanvitelli documenta la costruzione del Palazzo con le lettere indirizzate al fratello Urbano, abate della Chiesa Nazionale di San Giovanni dei Fiorentini in Roma, al quale scriveva quasi giornalmente: sono una sorta di diario di cantiere che Franco Strazzullo pubblicò nel 1976 in tre volumi e che comprendono le epistole dal 1751 da quando “fui chiamato a servire il Re di Napoli,” e hanno termine con il 1768 quando Don Urbano si trasferì a Napoli.

 

La prima presentazione dei Disegni del progetto ai Sovrani viene descritta nella lettera del 22 maggio 1751: “Dopo aver aspettato una mezza ora perché ritornasse il Re dalla pesca, sono entrato et ànno avuto la clemenza di ammettermi in solo congresso con il Re e la Regina, che con tutta cortesia et impazienza volevano vedere ciò che vi era dentro la cartella; onde, baciato ad ambo le mani, gli ho mostrato li disegni ad uno ad uno, et invero il gradimento è stato così eccessivo che io non posso sperarlo maggiore. Tre volte e più ha voluto la Regina riconoscere gli appartamenti e li comodi e tutte le parti… Mi ànno soggiunto che dovrò portarmi a Caserta, e la Regina à detto al Re: quando vi sarà andato Vanvitelli voglio che ci facciamo una corsa, e sul luogo vediamo tutto. Di più mi ha detto la Regina che vuole io faccia un disegno per la Città di Caserta e le strade, perché chi vi  averà da fabricare vi fabrichi con buona direzione, né più alto nè più basso, ma tutto con ordine”. Questo doveva essere il primo Piano Regolatore di Caserta!

 

 

Il 7 dicembre 1751 descrive la presentazione ufficiale del progetto: “Ieri mattina arrivò la Regina a Caserta .... entrò nella camera ove erano attaccati i disegni con le cornici e cristalli, i quali per essere apparato di velluto cremisi con trine d’oro di rilievo recamate, fanno uno spicco notabile.

…e disse che andassimo a pranzo, perché voleva, … andare sulla torre del Palazzo per vedere di alto la delimitazione del Palazzo e del Giardino… il che distinguevasi assai bene, avendo io fatto zappare quello che deve essere bosco e parterre, lasciando in bianco li viali; così parimente ho fatto del Palazzo, ho delineato tutto il circondario e tutti li quattro cortili, delineando ancora con terreno zappato le grossezze de li muri maestri, sicchè Giardino e Palazzo in una occhiata vedeasi con gran spicco”.

 

Il 20 gennaio 1752, come ormai sapete tutti, si pone la prima pietra del Palazzo alla presenza del Re e della Regina, del ministro Tanucci, del Nunzio Apostolico Luigi Gualtiero e di numerosi dignitari di Corte, mentre squadroni di fanti e di cavalleggeri segnavano il perimetro del Palazzo e facevano corona al padiglione innalzato al centro, mentre veniva fatta scendere nella terra la cassetta di marmo contenente le reliquie e le medaglie con la sagoma del Palazzo e dei Giardini e con le effigi dei Sovrani, insieme alla “prima pietra”, il tutto avvolto in velluto cremisi.

 

Ma le lettere sono anche una vera e propria autobiografia del’Artista: descrivono le preoccupazioni, gli stati di tensione e di stanchezza, le soddisfazioni per l’opera  “che va a meraviglia” e per gli apprezzamenti dei Sovrani, l’orgoglio di servire la Corte e la fiducia che Re Carlo riponeva in lui.

 

Il 3 giugno 1752 sono iniziate le fondazioni della Reggia: “E’ venuto il Re, ha girato tutta la fabrica e per il giardino nuovo; gli è piaciuto tutto a dismisura et ha gradito che questa matina si sia posto mano alla fondazione”.

 

Domenica 15 gennaio il Re, dopo essersi recato a caccia, “volle girare tutta la fabrica. Dimostrò molto piacere …essendosi scavato per li fondamenti e un cortile, col di più che nel mezzo della fabrica, cioè nel vestibolo in centro, si sta fabbricando il fondamento”.

 

Nel marzo 1753 il Re decise di rivestire di pietra la Reggia. Dopo poco più di un anno erano già terminate le fondamenta di un cortile e si iniziavano quelle di un altro, mentre nella facciata verso il parco si erano realizzate dieci finestre del piano interrato.

Spesso nelle sue lettere si lamenta della stanchezza che lo prende: “sono stanco…io fatico al’estremo…non ho tempo di respirare”. Dalle cave arrivano le colonne trasportate dai bufali e i muri perimetrali vengono rapidamente realizzati.

Nel frattempo comincia a studiare anche i dettagli e già nell’ottobre 1753 progetta l’altare e il ciborio della Cappella e vengono scelti i marmi siciliani per le colonne.

 

Nel febbraio 1754 si comincia a “piantare il portico con le colonne e pietre”, ma solo il 1 aprile 1754, data memorabile nella storia della costruzione della Reggia, i Sovrani e la Corte assistono all’erezione della prima colonna del Vestibolo: “Si fece tutto nello spazio di mezza ora, perché era già preparato, essendo li tiri già in forza”. Bellissima la descrizione della posa in opera, contenuta nella lettera del 2 aprile!

 

Nel maggio 1755 nuova visita dei Sovrani al cantiere: vi lavoravano 2000 operai. Videro “una conchiglia delle 80 che anderanno sopra le finestre dei Cortili nelle nicchie”. Nel luglio, nuovo sopralluogo, “…per la metà delle camere del Palazzo, le quali sono innalzate a mezz’uomo di altezza, onde si vedono le fila delle porte da un canto all’altro del Palazzo, che fa una veduta stupenda”.

 

Nell’agosto ’56 si disarma “l’armatura della volta del primo vestibolo… Si è fatto il primo mezzo branco della Scala Regia…; è una cosa grandissima. Dio faccia che se ne vegga la consolazione per terminarla”.

 

Siamo nel gennaio 1758 quando si stabilisce che, nel porticato centrale, ormai completo e attraversato in tutti i sensi da carrozze, sia necessario ricorrere alla posa in opera di colonnine: “…perché sarà chiuso con delle colonnette, né sarà praticabile se non alli pedoni”.

 

Nella lettera del 17 giugno 1758 esprime un giudizio critico sulla parte centrale del Palazzo che ormai si va delineando: “Si sono messi li conci di pietra a cinque arconi del portico verso uno dei cortili, e fanno molto bene; le teste dei Leoni, i Gigli e il Cornicione sopra, che fa cappello, sono cose magnifiche e comincia a fare un’aria molto seria. Ora si conduce a innalzare la Scala… per unirsi alla Cappella e chiudere in croce il nodo di mezzo, nel quale rimane epilogata la migliore parte del Palazzo, Portico, Scala, Vestibolo, Cappella e Appartamenti Reali”. La Regina Amalia rimane sempre la principale artefice delle scelte dei materiali. Nel gennaio 1759 si legge che il Re vorrebbe marmi gialli per lo scalone, ma la Regina, dopo che “… si pose a sedere dove sono i modelli …la Scala e la Cappella …dice di no. Ella l’ha vinta perche il Re gli à detto: fa come ti pare”.

 

Nel febbraio, “ho cominciato a far mettere in opera le Colonne ai pilastri del Teatro; l’effetto è oltremodo magnifico”. Ma l’Architetto cerca sempre di accontentare la Committenza, come quando, nel marzo 1759, il Re, vista la statua dell’Ercole, “…vuole che in quel sito, lasciando l’Ercole a suo loco, vi si faccia ancora una fontana, cosa che farò fare subito con qualche bizzarria, perché co’ Sovrani questo è quello che devesi fare a vista”.

 

Il 6 ottobre  1759, morto Ferdinando IV Re di Spagna, Carlo rinuncia al trono di Napoli a favore del figlio terzogenito Ferdinando, di appena otto anni, e si imbarca per la Spagna.

Vanvitelli pensa che il Re lo chiami a Madrid e ritiene che i lavori a Caserta potrebbero continuare “sotto l’assistenza di uno dei miei figli”.

 

Nella lettera del 19 gennaio 1760 programma i tempi di realizzazione del Teatro, che sarà l’unica opera da Lui terminata. Precisissima è la descrizione della statica della volta: “ sembra che graviti sulle colonne, co’ suoi spicchi, ma in sostanza gravita sulli panconcelli, tra un palchetto e l’altro, li quali sono contrastati dalle volticelle delli coridori de Palchetti, e finalmente dalli muri esteriori de Cortili, che rinfiancano tutto.” Spiega che: “Al Teatro non servono catene, perché è contrastato da fortissimi muri che lo restringono, e più vi sarà peso sulla volta, più sarà forte la medesima.”

Notevole lezione di statica!

 

Una curiosità che fa ancora più appezzare il genio dell’Architetto è descritta in un breve saggio dell’Ispettore Onorario Gen.Elia Rubino relativo all’inclinazione delle falde del tetto del Palazzo: ha notato che tale inclinazione, di circa 25°, è la stessa che raggiunge il sole al solstizio d’inverno: dopo questa data il sole comincia a spuntare e ad illuminare gli androni che collegano i cortili tra loro ed essi al parco. Si è portati a propendere per una “illuminata” razionalità della scelta che potrebbe essersi ispirata al “ritorno della luce emanata dal nostro astro fulgente”, come celebrato sia dai riti celtici che da quelli saturnali dell’antica Roma.

Perciò si può affermare che con il solstizio d’inverno il Sole rinasce e il Palazzo Reale di Caserta rivive”.

 

Ma ritorniamo alle lettere.

Dal maggio1762 sarà sempre più difficile ottenere finanziamenti dal Ministro Tanucci. Da questo momento, per circa otto mesi, l’Architetto non descrive lo stato dei lavori del Palazzo.

Alla fine del 1766 c’è da parte della Corte un improvviso risveglio di interesse per la costruzione della Reggia: “per il prossimo  Carnevale dovrà essere allestito un teatrino nelle stanze.. verso il cortile, ove sarà comodo per l’ingresso del Re nel vestibolo primo, e per li comici dalla parte opposta.”  E’ probabilmente la sala ovale dove ora è ospitato il Presepe.

 

Ai primi di marzo 1768 scrive: ”…si sono innalzati i primi 4 pezzi delle colonne di giallo di Sicilia della Cappella, cioè quelle che si incontrano sul Coretto del Re; …fanno un effetto oltremodo magnifico”.  E finalmente arriva l’ordine “di terminare il teatro nel corso di quest’anno in modo che sia pronto per la venuta della Regina nel prossimo Carnevale”

 

La lettera del 2 aprile 1768 è l’ultima che scrive al fratello. Vi si legge un diffuso pessimismo: Fuga, toscano come Tanucci, riceve incarichi prestigiosi, tra cui quello “di fare i fuochi per lo Sposalizio” di Ferdinando con la Regina Maria Carolina d’Austria, che in un primo tempo erano stati a lui affidati:

 

E Lui si lamenta: “non vi è niente da far capitale da questi garbatissimi, ed il Re è piccirillo”; e termina avvilito: “il soldo non me lo possono levare, né la fama d’avere fatto opere che decoreranno per sempre questo Regno e resto”.

 

Il 1° marzo 1773 muore Luigi Vanvitelli.